Il respiro del vento contrario
Ci sono notti lunghe in cui il soffitto sembra crollarti addosso, e l’angoscia stringe i polmoni fino a farti mancare l’aria. La tentazione di rimpicciolirsi sotto le coperte, aspettando che il buio passi da solo, è fortissima. Eppure scappare non risolve niente, soprattutto adesso che la camera accanto è vuota e un pezzo del tuo cuore viaggia altrove, chilometri più in là, a dipingere il proprio destino nel cielo aperto.
Quel vuoto che gela la stanza alle due del mattino, se guardato dritto negli occhi, smette di essere solo un mostro e diventa carne viva con cui fare i conti.
Subire questo urto non significa darsi per vinti. Al contrario, vuol dire raccogliere i pezzi del proprio tormento e usarli per darsi una spinta violenta verso l’alto. Proprio quando il petto brucia di più, si riscopre l’orgoglio di restare in piedi, la fierezza di essere il porto sicuro che resiste al fango, pronto a farsi trovare saldo ogni volta che lo sguardo di chi è lontano tornerà a cercare l’orizzonte di casa.
È esattamente lì, nel punto più profondo della ferita, che rinasce la voglia di credere nel domani: una scommessa ostinata, guidata da una ritrovata pace interiore e da un sorriso pulito, per essere specchio di dignità e di pura gioia agli occhi di quel futuro che ormai viaggia da solo.

