I frantumi e la linfa: nota a margine di un cammino

Mi sono guardato indietro e ho contato milletrecento e più pagine scritte. Un mare di parole fatte di etica, di valori da trasmettere, di lezioni apprese risalendo la china dopo ogni caduta

Eppure, in un istante di assoluta e spietata lucidità, mi sono reso conto che tutta questa mole di scritti non mi ha permesso di fermare nemmeno un flash della mia vita vera. Tale è stata la sua intensità.

Non ho mai raccontato i giorni ruvidi, dolorosi e complicati, perché li ritenevo soltanto miei, gelosamente privati e inutili da lasciare ai posteri. Ho sempre preferito sfumarli nella luce della ripartenza, quasi a voler proteggere chi amo dal peso del crollo. Ho narrato il senso del cammino, mai il viaggio stesso nei suoi dettagli più scabri.

Oggi, in questo silenzio che si fa spazio mentre mio figlio si prepara a tracciare la sua traiettoria lontano da casa, avverto che la memoria reclama le sue ombre.

Questa stagione muta mi chiede l’audacia di non addomesticare i ricordi, di rinunciare alla fortezza delle parole alte per accettare il vuoto.

Diventare linfa segreta per la generazione successiva esige il coraggio di mostrare le mani sporche e le ferite per quello che sono state.

È tempo di una scrittura nuova. Perché un’impronta resta impressa solo se specchia la vita intera, con tutta la sua magnifica, nuda e dolorosa verità.

Non so se questa sarà la svolta per una nuova scrittura; so solo che, se mai troverò la forza di rivivere quei dolori con l’intensità del vissuto e il dolore della trasmissione, sarà per lasciare un’impronta che specchi la vita intera, con tutta la sua magnifica, nuda e dolorosa verità.

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